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Antonio Montefusco - Susanna Nicchiarelli

«Tutto quello che facciamo è politica, altrimenti cadiamo nel consumo
fine a sé stesso»: una conversazione con la regista Susanna Nicchiarelli
su industria culturale, presa di posizione e impegno
l festival di Cannes si è chiuso mostrando un’evidente rottura tra il
desiderio del cinema, in particolare francese, di sporcarsi
sartrianamente le mani nella puzza del presente e un palmarés
sofisticato, di scrittura e forse un po’ scontato (in particolare il
film del rumeno Mungiu, incentrato su una strana storia di emigrazione
di una famiglia tradizionalista nella progressista Norvegia, e il
Tedesco Fatherland dedicato all’indecisione di Thomas Mann
nell’immediato dopoguerra tra le due Germanie). Il momento più alto di
questo punto di tensione tra arte e politica è stato l’arrivo di Ken
Loach, che ha assistito alla versione restaurata di Terra e Libertà –
film che indaga sulla Guerra civile Spagnola, dove emersero
drammaticamente le spaccature del fronte rivoluzionario e antifascista.
Ed è questo Loach implicato, allo stesso tempo, nella storia e nel
presente che ha risposto all’affermazione di Wim Wenders, che pretende
che il cinema sia apolitico, affermando recisamente:«La cosa peggiore
non è la violenza dei cattivi, ma il silenzio dei buoni». A ricordarci
che, oltre alle presidenziali francesi del 2027 e all’incubo Le Pen & co.
(presente come un fantasma sulla croisette, nelle conferenze stampa e in
molti film sulla Seconda guerra mondiale), è la Palestina che ci obbliga
a posizionarci rispetto alla storia che si biforca tra barbarie e
possibilità di redenzione.
«Tutto quello che facciamo è politico. Il cinema deve essere politico.
Se non è politico, diventa semplicemente industria culturale nel senso
di Adorno e Horkheimer» è l’opinione netta di Susanna Nicchiarelli,
regista romana, che non si limita a sposare la posizione di Loach (ma in
questa conversazione dirà molto altro) ma ci fornisce delle piste di
riflessione sul suo cinema – ma anche sulla potenza della
rappresentazione e dello sguardo, nell’epoca delle piattaforme.
Eravamo caduti vittime del fascino dell’immaginario allo stesso tempo
ironico e sovreccitato di Susanna Nicchiarelli dopo aver visto un
film-gioiello del 2009, Cosmonauta. Qui la sezione del Pci – animata
dalla stessa Susanna nel ruolo di Marisa – anticipa felicemente, con i
suoi scompensi ideologici tra velleitarismo e maschilismo, quella poi
ridipinta da Nanni Moretti in Il sol dell’avvenire. La bambina
«comunista» che negli anni Sessanta non voleva fare la comunione e
voleva scrivere a Krusciov per mandare una compagna nello spazio aveva
inesorabilmente suonato una corda di cui la nostra generazione, nata
negli anni Settanta, aveva bisogno. Vergognatevi voi, dell’utopia
concreta del comunismo che noi avevamo vissuto «in espansione», come
cantavano gli Offlaga Disco Pax; noi ci ridiamo, e ci balliamo anche,
come in un musicarello rosso di cui abbiamo un sacrosanto diritto.
Nei prossimi giorni, Susanna è impegnata come direttirce artistica del
festival «La Resistente- Festival della memoria e della Liberazione»,
che si svolge nel Museo storico romano di via Tasso; quest’anno il
festival si rivolge precisamente ai bambini e agli adolescenti, che parteciparanno attivamente con autori, attori e registi di libri e film
sulla resistenza. Tra questi, verrà proiettata anche la miniserie Fuochi
d’artificio, diretta da Nicchiarelli, che racconta la storia di quattro
bambini impegnati nella lotta partigiana nel 1944.
In poco più di 15 anni, Nicchiarelli ha esplorato, con un ritmo dettato
da progetti artistici covati e curati con passione e non secondo le
esigenze commerciali, una narrazione cinematografica laterale e
indomabile. In particolare, nella trilogia degli ultimi anni – da Nico,
1988, a Miss Marx fino a Chiara – i suoi film ruotano attorno a figure
che occupano una posizione eccentrica rispetto alla cultura dominante:
donne fuori posto, figure laterali, personaggi che il racconto ufficiale
ha neutralizzato, normalizzato o svuotato del loro potenziale
conflittuale. Dalla Nico cinquantenne ed eroinomane, disturbante e allo
stesso anticipatrice della New Wave musicale, a Eleanor Marx,
inesorabilmente schiacciata sul padre e sul marito, per arrivare al film
più recente, Chiara (2022).
Dall’arte, alla politica (femminista, femminile) alla religione? Non
sarebbe sorprendente, perché Nicchiarelli ha una formazione da filosofa
e storica delle religioni, e ha studiato tra Roma e Parigi. Ma il film
su Chiara d’Assisi fa parte di un progetto più complesso, che quest’anno
– l’ottavo centenario dalla morte di Francesco d’Assisi, occasione per
moltissime iniziative – risuona in maniera particolare. Nicchiarelli si
trovava di fronte a una tradizione cinematografica che poteva, sulla
carta, schiacciarla o scoraggiarla: con la storia di Francesco e del suo
movimento religioso si erano misurati Rossellini, Zeffirelli, la Cavani
(e in parte, seppure in maniera allusiva, Pasolini).
Il film Chiara prende una strada completamente diversa, e non solo
perché la protagonista è la nobile figlia di Odefruccio e Ortolana, che
aderisce al movimento religioso iniziato da Francesco ad Assisi agli
inizi del Duecento sulla base di una nuova parola d’ordine, che è
l’adesione a una povertà radicale, intesa come rinuncia a tutti i beni e
le ricchezze terrene e vicinanza agli emarginati della società, dai
lebbrosi ai più poveri. Il racconto di Nicchiarelli non è però un biopic
individuale; questa figura è innanzitutto una giovane che aderisce a
un’esperienza collettiva, che vuole essere una delle sorore minori, che
rimane fedele ai suoi ideali giovanili fino alla fine, resistendo ai
continui tentativi dei vari papi, e in particolare di Gregorio IX, di
imporre una regola di vita che le rinchiudesse in una rigida clausura.
Chiara resisterà fino alla fine; la sua legenda – la vita ufficiale,
legata alla sua santificazione – dice chiaramente che «si oppose» al
papa: è un vocabolo fortissimo, per un racconto ecclesiastico. Solo dopo
la sua morte, la clausura venne generalizzata al movimento delle
clarisse. Una radicale colta e delicata, che fa venire in mente quella
riscrittura di Lenin che Franco Fortini fece pensando ai movimenti degli
anni Sessanta e Settanta: «se è vero che l’estremismo è la malattia
infantile del comunismo, è anche vero che nessuna vecchiaia è peggiore
di quella che ha perduto anche il ricordo, ed il rimorso, dell’infanzia
e dell’adolescenza».
Anche quando Francesco – capo carismatico, che a un certo rifiuta di
guidare il suo movimento perché lo riconosce sempre meno – muore
prematuramente nel 1226, e si mette in moto la macchina complessa e
normalizzatrice della beatificazione, il braccio di ferro con il papa
resta fortissimo. In una scena bellissima, tra le tante, Gregorio
IX-Luigi Lo Cascio mangia voracemente di fronte a Chiara che rimane
digiuna; entrambi rimangono sulle proprie posizioni, ma Chiara sta
vincendo: è difficile pensare a una scena più efficace nel rappresentare
la questione del potere, e la possibile potenza del movimento. Chiara è
anche, e soprattutto, questo: una riflessione su un’esperienza radicale
di giovani, sviluppata di fronte a un’Istituzione immodificabile, ma
solo apparentemente.
In un dialogo lungo e ricchissimo – perché Susanna ha una forza
argomentativa fluviale – siamo partiti da qui, dalla resistenza di
Chiara e dal significato della parola «politica» applicata al cinema.
Partiamo dalle parole di Ken Loach e di
chi, come Wenders, invece sostiene che l’arte dovrebbe stare «al di
sopra» della politica.
Io penso esattamente il contrario di Wenders. Tutto quello che facciamo
è politico. Il cinema deve essere politico. Se non è politico, diventa
semplicemente industria culturale. E quando dico industria culturale
intendo proprio quello che dicevano Adorno e Horkheimer: un sistema che
produce contenuti per rassicurare, per normalizzare, per impedire alle
persone di sviluppare uno spirito critico. Oggi questa cosa si vede
benissimo nelle piattaforme. Le serie, molto spesso, sono un prodotto
votato al puro consumo. Non esiste più l’opera, e nemmeno l’autore:
esiste un prodotto seriale costruito affinché tu continui a guardare, in
maniera compulsiva. Al minuto tale deve succedere qualcosa, nei primi
cinque minuti devi essere agganciato, tutto è pensato per evitare il
distacco e costruire la dipendenza. E invece l’opera e il cinema
dovrebbero disturbare. Solo nel momento in cui disturba, l’opera diventa
politica. Perché il mondo in cui viviamo non funziona, e allora un’opera
che ti rassicura completamente, che ti conferma continuamente nelle tue
abitudini percettive, secondo me finisce per diventare un anestetico. Io
invece credo che il cinema debba aprire delle crepe, creare disagio,
conflitto, dubbio. Anche quando racconta qualcosa di molto intimo o
molto personale. Perché a me interessa proprio il cortocircuito, la cosa
che stride.
Per fare un esempio concreto: io non sopporto l’estetizzazione, non
cerco mai il bello. C’è oggi un’estetica pubblicitaria del bello –
soprattutto del corpo femminile – che è profondamente rassicurante
perché è un’estetica commerciale. E invece nella realtà è il difetto
quello che produce emozione. Il difetto, la stonatura, l’imperfezione.
Se tutto funziona troppo bene, se tutto è troppo armonico, a un certo
punto non senti più niente.
Questo approccio anti-estetizzante è molto evidente in Chiara, forse
perché è più facile fare il confronto con un film che abbiamo visto
tutti: Fratello Sole, sorella Luna di Franco Zeffirelli (1972). Il tuo
sembra un film quasi anti-zeffirelliano: la scenografia è spoglia,
oscura (ma non triste), cerca un realismo della percezione rispetto
all’estetica neo-rinascimentale di Zeffirelli.
Io da bambina ero rimasta sconvolta da Fratello Sole, Sorella Luna. Ci
sono immagini potentissime, per esempio quando
Francesco si spoglia. Però rivedendolo da adulta mi dava
fastidio soprattutto l’estetizzazione continua della natura: gli
uccellini, i campi fioriti, il Medioevo trasformato in immagine
rassicurante. La natura non è questo, la natura è anche crudele. Per
questo ho voluto girare Chiara d’inverno. Volevo il fango, il freddo, il
disagio fisico. Gli attori recitavano scalzi nel gelo. E questa scelta
produce realtà. Perché il cinema, secondo me, è sempre un incontro tra
ciò che hai scritto e qualcosa che sfugge al tuo controllo. Tu prepari
una scena, ma poi arriva il vento, arriva il corpo dell’attore, arriva
il conflitto sul set, arriva il freddo reale. Tutto questo deve entrare
nel film. È la cosa che più mi affascina del cinema.
In effetti, l’uso del buio nel film è impressionante e molto
originale. Ci sono scene in cui letteralmente si vede pochissimo.
Perché il buio vero è così. Nel cinema normalmente il buio è una
convenzione, le notti sono illuminate. In Chiara invece era importante
che il buio fosse reale, la direttrice della fotografia è stata molto
coraggiosa da questo punto di vista. Quando è buio, nel film è davvero
buio.
E poi abbiamo lavorato tantissimo sul suono: il vento, le chiese vuote,
il senso di freddo. Volevamo togliere qualsiasi immagine «cartolinesca»
del Medioevo.
Questa ricerca di realtà passa anche attraverso la lingua. Nei tuoi
film storici i personaggi non parlano mai in modo monumentale o
letterario.
Questo è per me è un altro aspetto fondamentale. Nei film d’epoca spesso
si fanno parlare i personaggi come libri stampati. È terribile, perché
aumenta la distanza storica invece di ridurla. Io invece voglio che i
personaggi sembrino vivi, che abbiano un corpo, che respirino. Per
questo, in Miss Marx mi sono basata sulle
lettere scritte davvero da Eleanor e che diventano nel film
dialoghi contemporanei.
E in Chiara era importantissimo che il Cantico delle creature, scritto
appunto in una lingua «volgare» umbra, prorompesse nella stessa lingua
che i personaggi avevano parlato fino a quel momento. E per questo ho
scelto che il parlato corrispondesse per tutto il film a questo volgare
umbro, e non volevo una lingua museale. Tutti i film a tema francescano
– pensa a Rossellini e al suo Francesco
giullare di Dio (1950), ma anche a Zeffirelli – sono film
doppiati, in una lingua fortemente «scritta». Solo Pasolini, con la
scena dei frati Totò e Ninetto Davoli di
Uccellacci e uccellini (1966), aveva cercato e utilizzato una
lingua «volgare», fortemente intrisa di elementi dialettali e quindi
realistica.
E hai perfettamente ragione, perché il problema della lingua, per
Francesco e Chiara, è fondamentale, è una rottura rispetto alla lingua
della chiesa; lo esprimi benissimo nella scena
in cui le prime compagne di Chiara discutono dell’esempio di Santa
Scolastica, che aveva pregato San Benedetto di rimanere con lei nel
convento, e che lo aveva poi costretto con le sue lacrime, diventate una
pioggia torrenziale: impossibile spostarsi per il santo… Qui c’è l’idea
rivoluzionaria di Chiara di un movimento religioso che prevedesse le
stesse pratiche per uomini e donne, la sua idea di muoversi, di andare
in Terra Santa e di opporsi alla clausura.
Ma in questa discussione si parla anche della lingua con cui rivolgersi
al popolo, che ricorda il divieto di tradurre la Bibbia, attivo fino al
Novecento per la Chiesa Cattolica. Quella francescana, che propone
un’apertura alle lingue nuove del popolo, è una linea che porta alla
scelta di una predicazione nuova, ma anche alla scrittura di capolavori
letterari in italiano, come il Cantico delle creature e anche Audite
poverelle, un testo poetico che Francesco scrive per le suore di San
Damiano, proprio la comunità che «resiste» intorno a Chiara.
La scena del Cantico è sicuramente tra le più toccanti del film:
Francesco lo comincia a recitare nella notte, tra le sofferenze, e
Chiara continua a recitarlo quando arriva l’alba. Sei riuscita a
trasformare questo testo così potente, cosmologico, in qualcosa di
completamente diverso dall’immaginario francescano tradizionale. Il tuo
Francesco non è quello degli uccellini e dei fiorellini, una sorta di
hippy un po’ inoffensivo.
Sì, perché lì Francesco sta diventando cieco. Quindi il rapporto con la
natura non è decorativo o ecologista nel senso banale del termine, è
corporeo, doloroso. È il rapporto di qualcuno che sta perdendo il mondo
visibile. Mi interessava molto quest’idea. Che lui pronunci quell’elogio
cosmologico nel momento in cui sta entrando nell’oscurità.
Nel tuo cinema il tema politico passa soprattutto attraverso le
figure femminili. Non nel senso dell’«empowerment», ma quasi del
conflitto con la narrazione dominante.
L’idea dell’empowerment non è al centro dei miei film. Non mi interessa
fare classifiche o dire: «Questa donna era più importante dell’uomo che
aveva accanto». Il punto non è quello. Il punto è il modo in cui le
storie vengono raccontate. Io da bambina guardavo Fratello Sole,
Sorella
Luna e mi chiedevo: «Ma Chiara cosa fa?». E nessuno rispondeva a quella
domanda. Era semplicemente una ragazza bionda con gli occhi azzurri [Nel
film, Chiara è interpretata da Judi Bowker, ndr]. Ma lei esisteva, aveva
costruito qualcosa, aveva fondato una comunità. È banale dirlo, ma
partiamo dal fatto che la narrazione del femminile è incompleta, e
questo è il problema.
Anche in Nico, 1988 il problema è
proprio la distanza tra l’esistenza reale di una donna e il modo in cui
viene raccontata.
Assolutamente. Nico veniva raccontata sempre attraverso gli uomini con
cui era stata: Jim Morrison, Lou Reed, Bob Dylan. Ma chi se ne frega di
questi uomini: lei esisteva, aveva una sua ricerca artistica, una sua
musica, una sua voce. E invece il racconto dominante l’aveva trasformata
in una figura decadente, quasi grottesca. Mi ricordo di aver letto una
frase terribile: «A trentaquattro anni Nico era una donna finita»; io
avevo trentaquattro anni quando l’ho letta, esattamente la stessa età, e
anche lì mi sono chiesta: «Nico cosa fa? Com’è finita?”». Andy Warhol
aveva detto: «è diventata una cicciona eroinomane ed è scomparsa».
Difficile non capire quanto sia violento il modo in cui il sistema
guarda ai corpi femminili.
In tutte queste figure c’è anche un rapporto molto forte con l’essere
«fuori« dal sistema.
Sì, ed è esattamente ciò che mi interessa, sono figure che non
gestiscono il potere e che hanno un rapporto volutamente problematico
col potere. E proprio per questo hanno un enorme potenziale
rivoluzionario. Virginia Woolf diceva: «Io resto fuori dalla vostra
società». Ecco, quella posizione esterna è potentissima, perché permette
di vedere il sistema da fuori. E infatti queste donne vengono
continuamente normalizzate, categorizzate, addomesticate.
Questo emerge molto bene in Chiara.
I discorsi della Chiesa su Chiara e Francesco [in particolare, il
racconto edificante legato ai processi di beatificazione di entrambi e
alla storia dell’Ordine francescano] mi hanno fatto molto arrabbiare, in
particolare l’idea che Francesco fosse «l’azione» e Chiara «la
contemplazione». Ma perché? Chiara aveva costruito qualcosa di concreto,
aveva fondato una comunità e soprattutto aveva costruito un rapporto
diretto col potere ecclesiastico. Però il racconto dominante continua a
trasformarla nella figura rassicurante della santa contemplativa:
secondo Tommaso da Celano [forse l’autore della Legenda su Chiara], già
da bambina lei era una mistica che voleva rinchiudersi nella preghiera.
Se guardiamo alla realtà storica di Chiara, al suo attivismo, è
difficile negare che qui siamo di fronte al potere che ha bisogno di
categorizzarti, e che categorizzarti significa addomesticarti.
In Miss Marx invece il conflitto è tutto dentro il rapporto tra
teoria e vita.
In molti mi hanno rimproverato: «Hai raccontato troppo la vita privata
di Eleanor Marx». Ma la vita privata è politica… è facile rispondere.
Più interessante è la contraddizione tra teoria e vita, e cercare la
politica in quella contraddizione. Il fatto che Eleanor fosse una
grandissima teorica dell’emancipazione e allo stesso tempo vivesse
relazioni sentimentali devastanti non riduce la sua forza, anzi la rende
vera, mostra quanto sia difficile vivere fino in fondo ciò che si pensa.
C’è anche una riflessione molto forte sulla comunità, sulla forza dei
movimenti collettivi, nei tuoi film.
Sì, perché tutte queste storie parlano di persone che cercano un altro
modo di stare insieme. Anche il francescanesimo «originario» mi
interessa per questo, per il rapporto tra intuizione individuale e
movimento collettivo, per il fatto che da un gesto radicale nasca una
comunità con tutte le sue contraddizioni.
In fondo sembra che il tuo cinema lavori continuamente contro le
immagini concilianti del mondo.
Sì, perché io penso che l’arte debba aprire una ferita. Nel momento in
cui l’opera diventa perfettamente armonica, perfettamente conciliata,
smette di essere interessante. A me interessano le crepe. Sono le crepe
che fanno entrare il pensiero.
*Antonio Montefusco insegna letteratura medievale all’Université de
Lorraine. Susanna Nicchiarelli è regista e sceneggiatrice, laureata in
Filosofia con un dottorato alla Scuola Normale Superiore di Pisa e
diplomata in Regia al Centro Sperimentale di Cinematografia. Ha scritto
e diretto cinque lungometraggi: Cosmonauta(2009), La scoperta
dell’alba(2013), Nico, 1988 (2017), Miss Marx (2020) e Chiara(2022). Ha
scritto con Marco Bellocchio la sceneggiatura del film Rapito(2023) e ha
scritto e diretto la serie Rai Fuochi d’artificio(2025).
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Antonio Montefusco |
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